Sangue e sudore

scritto da HalBregg
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Quello è un buon pezzo, senti l’odore. Il sale che brucia e le onde che ti riempiono la gola.
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Testo: Sangue e sudore
di HalBregg

Neanche un’insegna sopra la porta. Spingo la maniglia arrugginita, la porta resiste. La forzo con una spallata e entro. Buio grigio e puzza di fumo vecchio. Faccio un paio di passi e il lungo bancone spunta alla mia destra. Mi appoggio accanto a un uomo che parla da solo, non capisco cosa dice. Muove la mano che stringe una sigaretta davanti al mio viso. Tossisco e stringo le palpebre. Allungo il collo. Dietro la sua spalla un ragazzo con una camicia bianca sta asciugando un bicchiere. Alza lo sguardo verso di me.

«Beve qualcosa?»

I tavoli nella sala sono tutti occupati. Le conversazioni sono un rumore indistinto ogni tanto interrotto da una risata cristallina che fa voltare qualche testa. Le carte sbattono sui tavoli accompagnate da qualche pugno. A un tavolo un uomo adagiato sulla sedia russa a bocca spalancata.

«Cercavo degli amici… ah eccoli».

Il tavolo in fondo, quello vicino alla grande finestra. Il mare grigio si muove lento al di là dei vetri unti. Ci sono due uomini seduti, non parlano né si guardano. Lascio il bancone, stacco con fatica le suole delle mie scarpe dal pavimento colloso e vado verso di loro.

Mi fermo accanto al tavolo e resto in piedi immobile.

«Buonasera».

Nessuna risposta.

«William, che cazzo fai con quel tovagliolo?» Mette la mano nel taschino dell’ampia camicia e tira fuori un sigaro marrone scuro. Lo infila tra le labbra carnose e lo lecca, la saliva lo fa luccicare. Da un’altra tasca estrae un tagliasigari e con un colpo secco trancia la punta del sigaro.

«Ernest, una persona ci guarda e aspetta. L’attesa è un liquame che cola sulle nostre menti e ci offusca lo sguardo chiudendo lo stomaco».

«Eh? Come si chiama quella roba che bevi?» lo fissa alzando gli occhi dal tagliasigari «Mint Julep? Mi sa che c’è troppo bourbon».

C’è una sedia libera, proprio in mezzo ai due seduti uno di fronte all’altro. La afferro e la tiro in dietro, gratta sul pavimento. Ernest non fa un movimento e si passa il sigaro sotto il naso. William ha tra le mani un tovagliolo di carta e lo sta strappando in minuscole strisce che dispone in file ordinate sul tavolo. Mi siedo e non chiedo niente.

Il ragazzo con la camicia bianca si avvicina a noi. Prende il bicchiere vuoto davanti a Ernest e con uno straccio asciuga il tavolo.

«Un altro Daiquiri Papa?» e girando gli occhi verso di me «e per lei?»

Ernest annuisce, io ordino un whisky liscio.

«Lei è a posto signor Faulkner?»

«La felicità si può trovare nelle profondità lontane delle viottole scure» è la risposta sussurrata tra le labbra che si muovono appena sotto i sottili baffetti.

«Lascialo perdere» dice Ernest al ragazzo «non capisce neanche lui quello che dice».

«E tu, sei qui per pescare?»

La domanda è per me, mi si infiammano le guance. Il rumore delle striscioline di carta che si strappano mi grattano la pelle.

«No, signor Hemingway. Sono lo scrittore. Ricorda…»

Ernest si gira di scatto. Gli occhi chiari luccicano come le gocce di sudore che ha sulla fronte. Il suo respiro sa di rhum. Dopo un lungo silenzio esplode in una rumorosa risata.

«Lo scrittore? Lo scrittore? Allora devi parlare con lui. È lui quello bravo, il più bravo di tutti noi».

Lo stomaco mi si svuota. Cosa devo dire? William allinea le ultime due striscioline di carta. Prende il suo bicchiere e ne beve un lungo sorso. I baffetti trattengono alcune gocce. Si sistema il cravattino nero e sottile. Alza lo sguardo su di me puntando gli occhi sul mio orecchio destro.

«Se scrivi senza mandare mai nessuno al dizionario hai fallito ragazzo. Forse meglio pescare. Quello è un buon pezzo, senti l’odore. Il sale che brucia e le onde che ti riempiono la gola».

«Ecco, come al solito. William sei assurdo. Così lo spaventi, puoi per una volta uscire da quel posto che hai inventato? Yokna… come cazzo si chiama?»

Arrivano il mio whisky e il cocktail di Ernest. Bevo subito un lungo sorso che mi brucia la gola e mi fa lacrimare gli occhi. Papa è avvolto in una nuvola di fumo che ha un odore pungente.

«Vuoi scrivere? Allora ascolta, due cose. Sangue e sudore. Si devono sentire, toccare, annusare. Non dire niente, non spiegare, sbattitene. Sono cazzi di chi legge. Capito?»

Mi gira la testa e la gola continua a bruciare. Gli occhi di Ernest bucano la nebbia e mi fissano. Non mi mollano, vogliono prendermi le viscere e stritolarmele. William dall’altro lato emette un sospiro.

«Sì, sangue e sudore. Ma anche la puzza delle anime che marciscono e dei cuori che si decompongono».

«Questa mi piace! Bravo baffetto» una voce dietro di noi.

Un uomo magro si avvicina, il volto affilato e i capelli sparati in aria. Si stringe un foulard grigio annodato al collo.

«Louis-Ferdinand, da dove arrivi?» lo accoglie Ernest.

«Dal bordello, e da dove se no? E questo chi è? Uno stoccafisso?»

«Lo scrittore delle anime» interviene William senza guardare nessuno.

È tornato il ragazzo.

«Signor Céline prende qualcosa?»

«Sì la tua anima. Me la mangio e la sputo nel piatto. Vino, quello amaro».

Louis- Ferdinand prende senza chiedere una sedia dal tavolo vicino. La trascina e si lascia cadere.

«Quante stronzate ti hanno detto questi due ragazzo?»

La voce mi rimane incastrata in gola e le mani mi tremano. Le metto sotto il tavolo. Louis-Ferdinand guarda le striscioline di carta.

«Ma che fai? Te le mangi dopo?» dice e si gira verso di me ridendo. Il suo alito sa di fogna, un gusto acido mi sale in bocca.

Un tocco sul braccio. Leggero. Mi giro. William per la prima volta mi punta negli occhi. I baffetti vibrano come quelli di un gatto. Alza il suo Mint Julep e muovendo appena le labbra mi dice:

«Quello che scriverai si deve sciogliere dentro di te. Come quella sedia su cui poggi il culo che in realtà è la tua tomba».

Mi avvolge una cappa nera e un tanfo di morte sale dal basso. In lontananza Ernest e Louis-Ferdinand ridono di qualcosa.

Sangue e sudore testo di HalBregg
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